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	<title>VoltaLaCarta</title>
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		<title>Gondole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[JollyJocker]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Feb 2025 21:33:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[documento]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[Vi siete mai chiesti come viene costruita una gondola?
Date un'occhiata a questo video per farvi un'idea. ;-)
Suggeriamo la visione in modalità Picture-in-Picture
(Video realizzato fine anni '70)]]></description>
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<figure class="wp-block-video aligncenter"><video height="240" style="aspect-ratio: 320 / 240;" width="320" autoplay controls poster="https://voltalacarta.org/wp-content/uploads/2025/02/CYMBULA_027-copia_EQ.jpg" src="https://voltalacarta.org/wp-content/uploads/2025/02/gondole.webm"></video></figure>



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		<title>Xè Carnaval (Le Maschere Italiane)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[JollyJocker]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Feb 2025 09:49:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[carnevale]]></category>
		<category><![CDATA[commedia dell'arte]]></category>
		<category><![CDATA[maschere]]></category>
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					<description><![CDATA[L’Italia ha numerose maschere di cui alcune celebri nell’arte anche oltre i nostri conﬁni: esse rispecchiano la bonomia, l’allegria, la spavalderia e la malinconia dei popoli.]]></description>
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 [<a href="https://voltalacarta.org/xe-carnaval/">See image gallery at voltalacarta.org</a>] 
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 [<a href="https://voltalacarta.org/xe-carnaval/">See image gallery at voltalacarta.org</a>] 



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<p>Fin dalle remote origini della storia del mondo, all’epoca in cui la vita degli uomini era ancora avvolta nella fantastica atmosfera del mito, la <strong>maschera</strong> (etimologicamente il vocabolo italiano deriva da quello arabo « <em>mascharà</em> » che significa: scherno, satira) rappresentava un elemento essenziale e indispensabile nel costume degli attori. Era costituita semplicemente da una faccia cava artificiale, dietro la quale si nascondeva il volto umano, e la vera ragione della sua iniziale adozione presso i popoli antichi è da attribuirsi alla mentalità superstiziosa e suggestionabile dei nostri predecessori. Essi ritenevano, infatti, che gli oggetti strani, raffiguranti sembianze mostruose o grottesche, servissero ad allontanare dalla terra gli spiriti malefici, e con questa convinzione istituirono l’uso delle maschere durante le cerimonie religiose.</p>



<p>A Roma, le maschere comiche e tragiche entrarono in uso costante a cominciare dal II secolo avanti Cristo, ma successivamente ad esse si sostituirono, affermandosi con l&#8217;approvazione del pubblico, le maschere nere, ossia quelle striscette misteriose e civettuole ad un tempo che coprivano soltanto metà volto. L’ innovazione fu ereditata dalla più moderna commedia italiana dell’arte che fiorì nel 1600 e che presentò un genere teatrale buffonesco, dalla recitazione improvvisata o, più comunemente detta, «<em>a soggetto </em>». I critici competenti, ancor oggi, non possono stabilire con esattezza se la commedia dell’arte sia nata prendendo vita dalle antiche farse laziali che, nella storia della letteratura latina, precedono la commedia di Plauto, oppure se l’ autentico creatore di tale espressione artistica sia stato il padovano Angelo Beolco, conosciuto come il <strong>Ruzzante</strong>. Tuttavia, è positivo, che essa fu chiamata commedia « <em>all’improvviso</em> », « <em>a soggetto</em> », in quanto spettava alla fantasia, al brio, allo spirito inventivo dell’attore, saper rendere convenientemente il contenuto dell’opera rappresentata. L’autore, infatti, si limitava a tracciare per sommi capi una trama (<em>canovaccio</em>) che veniva poi colorita nei più dettagliati particolari dalla personalità dei vari interpreti, tutti appartenenti a complessi di comici di straordinaria prontezza e versatilità. La recitazione improvvisata richiese poi che ogni attore si specializzasse nella rappresentazione di un personaggio di caratteristiche costanti ed in tal modo si fissarono i « <em>tipi</em> »: l’innamorato, il bugiardo, il dottore solenne e goffo, il padre credulone, il militare gradasso. Ogni « <em>tipo</em> » poi si distinse e divenne celebre per le battute umoristiche, per l’originalità di determinati atteggiamenti, per il costume e fu così che a tali personaggi si diede l’appellativo di « <em>maschere</em> ». Nacquero allora le figure che segnarono un&#8217;epoca, il cui nome e le cui gesta si sono tramandati nei secoli per rivelarsi negli aspetti sempre attuali e simpatici al ciclo continuo delle generazioni. Ognuna rappresenta la città e la regione da cui ha avuto i natali, paludata nel costume tradizionale. Una delle prime maschere della commedia dell’arte fu quella del prode Capitan Spaventa, il soldato vanaglorioso che compare in Liguria, sempre pronto a raccontare avventure mirabolanti da lui vissute unicamente nella realtà dei sogni.</p>



<p>Non meno celebre è la riuscita creazione di Antonfrancesco Grazzini, detto il <strong>Lasca</strong>, che nella sua nota commedia « <em>l’Arzigogolo</em> » presentò l’esemplare per eccellenza della categoria dei servi sciocchi, l’ingenuo intrigante dalle trovate cavillose ed inutili. Dall’albero genealogico delle maschere, risulta che il degno discendente del protagonista dell’Arzigogolo è Stenterello, il domestico poltrone e faceto, sempre disposto a dedicarsi ad ogni genere di bagordi. L’allegro fannullone è nato in Toscana e fu portato alle luci della ribalta, secondo la leggenda, dall’attore popolare Luigi del Buono sul finire del secolo XVIII.</p>



<p>A Venezia, troviamo Pantalone, uno dei più meritevoli beniamini del pubblico, noto soprattutto con il cognome burlesco di Pantalone de’ Bisognosi. Ha una grottesca figura tutta a spigoli — naso adunco, barba a pizzo, scarpe a punta rialzata — e rappresenta generalmente il tipo del vecchio brontolone incontentabile, onesto e immancabilmente vittima dei furbi.</p>



<p>Indimenticabile è senza dubbio anche la figura del dottor Balanzone, il pedante, noiosissimo, nonché sputasentenze principe del foro bolognese, passato ai posteri per le proverbiali arringhe assurde e inconcludenti.</p>



<p>I caratteri di queste tre maschere ricordano dei personaggi dei fumetti, Stenterello non sembra Paperino? E Pantalon de&#8217; Bisognosi chi se non Paperon de&#8217; Paperoni? Forse che Pico de Paperis non ricorda il dottor Balanzone?</p>



<p>Fermiamoci qui, ma chi potrebbero aver suggerito Gioppino, Arlecchino, Brighella, Pulcinella, Scaramuccia, Meneghino, Scapino, Florindo, Gianduia, Rosaura, Smeraldina, Colombina…</p>



<p>Le influenze che l’italiana commedia dell’arte esercitò sul teatro europeo affiorano distintamente in alcune opere di Molière, di Shakespeare e di vari autori spagnoli. Lo stesso Goldoni, per creare quella che doveva divenire la commedia italiana moderna, s’ispirò alla materia di questa avvincente forma di spettacolo.</p>
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		<title>Vittore Carpaccio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Mar 2024 15:20:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[documento]]></category>
		<category><![CDATA[pittura]]></category>
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					<description><![CDATA[VITTORE CARPACCIO Non sappiamo con certezza in che anno nacque Carpaccio, ma è probabile che sia nato a Venezia intorno al 1460, figlio di un certo Pietro Scarpazza. Il cognome (forse derivato dall’isola greca di Skarpanthos) col quale l’artista firmò le sue prime opere venne gradualmente alterato e latinizzato in]]></description>
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<p class="has-vivid-red-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-3b621a4a2e76a36dc8cc575edbc321f1" style="background:linear-gradient(90deg,rgb(255,255,255) 0%,rgb(238,238,238) 100%)"><strong>VITTORE CARPACCIO</strong></p>



<p>Non sappiamo con certezza in che anno nacque Carpaccio, ma è probabile che sia nato a Venezia intorno al 1460, figlio di un certo Pietro Scarpazza. Il cognome (forse derivato dall’isola greca di Skarpanthos) col quale l’artista firmò le sue prime opere venne gradualmente alterato e latinizzato in “Carpathius”, Carpaccio. Carpaccio fu forse allievo, o quantomeno seguace, di due dei principali pittori della generazione precedente che operarono a Venezia, Gentile Bellini e Antonello da Messina. Non sappiamo con certezza se Carpaccio abbia mai viaggiato, ma molti elementi dei suoi dipinti indicano che era al corrente dei nuovi sviluppi artistici nel resto d’Italia e, in particolare, doveva conoscere l’arte di Mantegna e di Piero della Francesca. Le tematiche orientali che affascinarono e ispirarono Carpaccio derivano forse da una serie di incisioni raffiguranti “Viaggi in Terra Santa”, opera dell’artista quattrocentesco Reeuwich di Utrecht. Negli ultimi anni della sua vita, aiutato dai due figli, Carpaccio lavorò ad una pala e ad altri dipinti per il Duomo di Capodistria. L’artista morì prima del 1526, sebbene l’anno esatto della sua morte non sia documentato.</p>



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<p></p>
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		<title>Canaletto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Feb 2024 22:48:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
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					<description><![CDATA[ANTONIO CANAL detto &#8220;CANALETTO&#8221; Antonio Canal nacque a Venezia nel 1697. Suo padre era scenografo e Antonio fece le sue prime esperienze dipingendo fondali per le rappresentazioni del teatro veneziano; nessuna di queste sue opere si e però conservata, dato il carattere occasionale della pittura di teatro, inevitabilmente destinata alla]]></description>
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<p class="has-vivid-purple-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-ea359c6b3d92168c10fd8b236fc13fb5" style="background:linear-gradient(135deg,rgba(7,146,227,0.01) 2%,rgb(172,251,251) 100%)"><strong>ANTONIO CANAL detto &#8220;CANALETTO&#8221;</strong></p>



<p>Antonio Canal nacque a Venezia nel 1697. Suo padre era scenografo e Antonio fece le sue prime esperienze dipingendo fondali per le rappresentazioni del teatro veneziano; nessuna di queste sue opere si e però conservata, dato il carattere occasionale della pittura di teatro, inevitabilmente destinata alla distruzione. É probabile che già negli anni giovanili Canaletto si dedicasse a dipingere anche vedute, seguendo gli esempi del veneziano Marco Ricci (1676-1730), pittore di paesaggi fantastici, e di Luca Carlevarijs (1663-1729), attivo a Venezia e autore di vedute della città. Intorno al 1719 Antonio si recò con il padre a Roma. Secondo Anton Maria Zanetti (il collezionista d’arte e scrittore veneziano, contemporaneo al Canaletto, a cui dobbiamo alcune notizie sulla vita del pittore) il giovane Canal: “lasciato poi il teatro, annoiato dalla indescretezza de’ pittori drammatici, passò giovinetto a Roma e tutto si diede a dipingere vedute dal naturale. Ciò fu circa l’anno 1719, in cui scomunicò, cosi dicea egli, solennemente il teatro”. II viaggio a Roma fu intrapreso, in realtà, per impegni di lavoro ancora collegati all’attività teatrale (i Canal dovevano allestire due opere di Alessandro Scarlatti) e la decisione di Antonio di abbandonare il mondo delle scene non dovette essere così repentina come il racconto dello Zanetti lascia credere. Il soggiorno romano offrì, però al giovane Canaletto sollecitazioni determinanti per la scelta della sua futura attività e del genere della sua pittura. La veduta dal naturale di cui parla lo Zanetti era nata proprio a Roma circa un secolo prima, nel clima rinnovato dalla rivoluzione caravaggesca, che aveva fatto vacillare gli schemi dell’antica gerarchia dei generi pittorici (tanta manifattura è fare un quadro buono di fiori come di figura diceva Caravaggio); a Roma Canaletto poté vedere e studiare le opere di numerosissimi artisti, soprattutto nordici, che avevano dipinto le rovine e il paesaggio romano, in particolare di Viviano Codazzi (ca. 1603-1672), autore di vedute obiettive, realistiche, di Giovanni Paolo Pannini (ca. 1691-1736), pittore di composizioni con monumenti dell’antichità e di piazze animate dalla folla e di Gaspard Van Wittel (1653-1736), il vedutista di origine olandese considerato “l’antesignano di quell’atteggiamento razionalista e illuminista, di contestazione del barocco e di progressiva affermazione della nuova civilta laica e borghese“ (Antonio Paolucci) che caratterizzerà la pittura del Canaletto.</p>



<p>Tornato a Venezia, Canaletto matura negli anni fra il ‘23 e il ‘25 il passaggio dalla pittura di fantasia, di concezione ancora barocca, alla veduta naturalistica. La considerazione sul mercato delle sue opere va sempre più aumentando; fra il 1725 e il ‘30 le sue tele sono richiestissime in tutta Europa da mercanti d’arte e grandi collezionisti: Anton Maria Zanetti, l’ambasciatore di Francia, Owen McSwiney, intermediario del duca di Richmond, il maresciallo Mathias Schulenburg, noto collezionista a Venezia. In questi anni Canaletto conduce la sua ricerca pittorica impegnandosi in una rappresentazione rigorosamente razionale e obiettiva della realtà, in una ricerca di verità positiva che lo inserisce nel vivo della cultura illuminista. La città che rappresenta, analizzandone le strutture e descrivendone i particolari con lucida esattezza, è la città moderna, carica di memorie del passato, ma piena di vita presente, di episodi quotidiani, di attività umane. A partire dal 1730 Canaletto lavora quasi esclusivamente per il pubblico inglese; gli fa da intermediario Joseph Smith, uomo d’affari abilissimo, collezionista e mercante d’arte, che sarà nominato nel 1744 console di sua maestà britannica a Venezia. Per Canaletto è un periodo di attività incessante; gli è a fianco, come aiuto, il nipote Bernardo Bellotto. Nel 1746 il pittore parte per Londra. Il motivo che lo spinge a trasferirsi è, probabilmente, la sempre maggiore difficoltà a trovare occasioni di lavoro in patria. Venezia ormai da tempo non era una città ricca e negli ultimi anni, a causa della guerra di successione austriaca, anche il flusso dei visitatori stranieri era andato diminuendo, con la conseguenza di una preoccupante stasi sul mercato artistico. Canaletto si tratterrà in Inghilterra per circa un decennio. Il suo ritorno a Venezia è databile fra il 1755 e il ‘56. Nel 1763, cinque anni prima della sua morte, sarà eletto membro della Accademia veneziana di pittura e scultura e nominato professore di prospettiva.</p>



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		<title>Basilica di santa Maria Assunta &#8211; Torcello</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Feb 2024 09:09:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Archeologia]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Religione]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
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					<description><![CDATA[LA BASILICA DI TORCELLO Secondo la spiegazione tradizionale, Torcello deriva il nome attraverso il latino Torcellum, da turricellum, vale a dire una delle sei torri della romana città di Altino, distrutta tra il Vll e l&#8217;Vlll secolo, che sorgeva sul limite della laguna ad occidente della Torcello attuale. Più probabile,]]></description>
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<p class="has-vivid-green-cyan-color has-text-color has-background has-link-color wp-elements-f1ba2da1c7856826197d7d3501485aa5" style="background:linear-gradient(135deg,rgba(7,146,227,0.01) 2%,rgb(255,244,163) 100%)"><strong><mark style="background-color:rgba(0, 0, 0, 0)" class="has-inline-color has-vivid-green-cyan-color">LA BASILICA DI TORCELLO</mark></strong></p>



<p>Secondo la spiegazione tradizionale, Torcello deriva il nome attraverso il latino <em>Torcellum, </em>da <em>turricellum, </em>vale a dire una delle sei torri della romana città di Altino, distrutta tra il Vll e l&#8217;Vlll secolo, che sorgeva sul limite della laguna ad occidente della Torcello attuale. Più probabile, invece, che Torcello derivi il suo nome da <em>dorcellum, o </em>piccolo dorso o dorso lagunare, indicativo di isolotti emergenti dalle acque circostanti. Abitata in età imperiale, forse come luogo di villeggiatura dei vicini altinati, subì radicali trasformazioni nella mareggiata della fine del VI secolo, per essere poi ripopolata in parte, sino all&#8217;insediamento notevole operatosi tra il 639 e il 640. In questi anni, il vescovo di Altino trovava rifugio a Torcello col suo popolo per salvarsi dalla prepotenza longobarda, che stava conquistando la sua città. Aveva origine dunque la diocesi di Torcello, che nel corso dei secoli estese il suo territorio in tutte le lagune settentrionali, giungendo vicino a Venezia, sino a Jesolo ed Eraclea, e raggiungendo la massima importanza sul piano politico-commerciale nel corso del X secolo; si ricordi che il Porfirogenito, imperatore di Bisanzio, cita Torcello come un grande emporio. Decaduta dopo il 1000 come centro commerciale a vantaggio della nascente Venezia, rimase come diocesi sino al 1818, anno in cui fu soppressa ed unita al patriarcato di Venezia.</p>



<p>Ora l&#8217;isola, che conta alcune decine di abitanti, è punto obbligato di riferimento artistico-turistico della laguna, luogo al quale tanti letterati ed esteti hanno dedicato pungenti pagine: si pensi solo a Ruskin nelle sue celebri <em>Stones of Venice</em>! Nel 639, veniva innalzata la nuova basilica in Torcello, in onore della Madre di Dio, per conto di Isaccio, esarca<a href="#sdfootnote1sym" id="sdfootnote1anc"><sup>1</sup></a> di Ravenna, rappresentante di Eraclio, l&#8217;imperatore di Bisanzio: il fatto è testimoniato dall&#8217;iscrizione, ora conservata nel presbiterio della basilica, una delle più antiche delle lagune venete.</p>



<p>Non sappiamo quale fosse la pianta di questa primitiva basilica, giacché le ipotesi sono diverse: di massima sembra assodato che essa sorgesse nell&#8217;area dell&#8217;attuale. Forse possedeva l&#8217;abside centrale senza l&#8217;estradosso esterno. Successivi lavori si ebbero durante l&#8217;VIII secolo, mentre attorno al 1008 il vescovo Orso Orseolo procedeva ad un restauro o meglio ad una ricostruzione dell&#8217;edificio, che è poi l&#8217;attuale.</p>



<p>L&#8217;edificio si presenta nella austera solenne struttura dell&#8217;architettura esarcale, tarda voce dello stile ravennate, che ebbe nella città degli esarchi il suo splendore nel VI secolo. Tanti motivi qui a Torcello ricordano le chiese ravennati di Sant&#8217;Apollinare Nuovo e Sant&#8217;Apollinare in Classe, magari attraverso la mediazione di Santa Eufemia di Grado. La facciata è a tre navate, suddivisa dalle eleganti lesene di indubbio ricordo ravennate (si pensi a Galla Placidia), con il caratteristico portico antistante e meglio ancora il battistero, forse circolare, di cui restano solo i ruderi, in asse con la porta centrale della basilica. Accanto alla basilica sorge l&#8217;edificio di Santa Fosca, eretto forse un secolo dopo di quella. Secondo i dati di cronache antiche, qui ci sarebbe stato l&#8217;antico battistero, in onore del Battista, adoperato dai profughi di Altino per i loro riti sacri finché si stava costruendo la basilica. Il culto di Fosca e Maura, sante ravennati, va datato attorno al 1000. L’edificio, un autentico e raro gioiello di architettura bizantina, è prezioso documento dello stile martiriale macedone; esso è a pianta ottagonale, avvolto dall&#8217;elegantissimo e armonioso porticato a colonne poligonali e rotonde dal caratteristico piedritto<a id="sdfootnote2anc" href="#sdfootnote2sym"><sup>2</sup></a>.</p>



<p>L&#8217;interno manifesta una struttura a tre navate per quanto ridottissime, con colonne di marmo greco a venature striate.</p>



<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</p>



<p><a id="sdfootnote1sym" href="#sdfootnote1anc">1</a> Titolo riconosciuto al governatore bizantino che, dal VI fino all&#8217;VIII secolo, venne adibito all&#8217;amministrazione delle provincie italiane.</p>



<p><a id="sdfootnote2sym" href="#sdfootnote2anc">2</a> In architettura, qualsiasi struttura resistente verticale, con funzione di sostegno.</p>



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		<title>L&#8217;Aquilone</title>
		<link>https://voltalacarta.org/laquilone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[JollyJocker]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 03 May 2023 16:34:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[C&#8217;è qualcosa di nuovo oggi nel sole,anzi d&#8217;antico: io vivo altrove, e sentoche sono intorno nate le viole.Son nate nella selva del conventodei cappuccini, tra le morte foglieche al ceppo delle quercie agita il vento.Si respira una dolce aria che sciogliele dure zolle, e visita le chiesedi campagna, ch&#8217;erbose hanno]]></description>
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<p></p>



<p><em>C&#8217;è qualcosa di nuovo oggi nel sole,<br>anzi d&#8217;antico: io vivo altrove, e sento<br>che sono intorno nate le viole.<br>Son nate nella selva del convento<br>dei cappuccini, tra le morte foglie<br>che al ceppo delle quercie agita il vento.<br>Si respira una dolce aria che scioglie<br>le dure zolle, e visita le chiese<br>di campagna, ch&#8217;erbose hanno le soglie:<br>un&#8217;aria d&#8217;altro luogo e d&#8217;altro mese<br>e d&#8217;altra vita: un&#8217;aria celestina<br>che regga molte bianche ali sospese…<br>sì, gli aquiloni! È questa una mattina<br>che non c&#8217;è scuola. Siamo usciti a schiera<br>tra le siepi di rovo e d&#8217;albaspina.<br>Le siepi erano brulle, irte; ma c&#8217;era<br>d&#8217;autunno ancora qualche mazzo rosso<br>di bacche, e qualche fior di primavera<br>bianco; e sui rami nudi il pettirosso<br>saltava, e la lucertola il capino<br>mostrava tra le foglie aspre del fosso.<br>Or siamo fermi: abbiamo in faccia Urbino<br>ventoso: ognuno manda da una balza<br>la sua cometa per il ciel turchino.<br>Ed ecco ondeggia, pencola, urta, sbalza,<br>risale, prende il vento; ecco pian piano<br>tra un lungo dei fanciulli urlo s&#8217;inalza.<br>S&#8217;inalza; e ruba il filo dalla mano,<br>come un fiore che fugga su lo stelo<br>esile, e vada a rifiorir lontano.<br>S&#8217;inalza; e i piedi trepidi e l&#8217;anelo<br>petto del bimbo e l&#8217;avida pupilla<br>e il viso e il cuore, porta tutto in cielo.<br>Più su, più su: già come un punto brilla<br>lassù lassù… Ma ecco una ventata<br>di sbieco, ecco uno strillo alto… &#8211; Chi strilla?</em></p>



<p><em>Sono le voci della camerata<br>mia: le conosco tutte all&#8217;improvviso,<br>una dolce, una acuta, una velata…<br>A uno a uno tutti vi ravviso,<br>o miei compagni! e te, sì, che abbandoni<br>su l&#8217;omero il pallor muto del viso.<br>Sì: dissi sopra te l&#8217;orazioni,<br>e piansi: eppur, felice te che al vento<br>non vedesti cader che gli aquiloni!<br>Tu eri tutto bianco, io mi rammento.<br>solo avevi del rosso nei ginocchi,<br>per quel nostro pregar sul pavimento.<br>Oh! te felice che chiudesti gli occhi<br>persuaso, stringendoti sul cuore<br>il più caro dei tuoi cari balocchi!<br>Oh! dolcemente, so ben io, si muore<br>la sua stringendo fanciullezza al petto,<br>come i candidi suoi pètali un fiore<br>ancora in boccia! O morto giovinetto,<br>anch&#8217;io presto verrò sotto le zolle<br>là dove dormi placido e soletto…<br>Meglio venirci ansante, roseo, molle<br>di sudor, come dopo una gioconda<br>corsa di gara per salire un colle!<br>Meglio venirci con la testa bionda,<br>che poi che fredda giacque sul guanciale,<br>ti pettinò co&#8217; bei capelli a onda<br>tua madre… adagio, per non farti male.</em></p>



<p>Primi poemetti &#8211; Giovanni Pascoli (1855-1912)</p>



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		<title>Laboratori e Animazioni</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2022 16:38:42 +0000</pubDate>
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		<title>Giochi di Bambini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[JollyJocker]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Aug 2022 13:30:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[documento]]></category>
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					<description><![CDATA[Giochi di bambini è un dipinto a olio su tavola (118x161 cm) di Pieter Bruegel il Vecchio, datato 1560 e conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. È firmato in basso a destra "BRVEGEL 1560".]]></description>
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<p>Pieter Bruegel il Vecchio</p>



<p>Giochi di bambini è un dipinto a olio su tavola (118&#215;161 cm) di Pieter Bruegel il Vecchio, datato 1560 e conservato nel Kunsthistorisches Museum di Vienna. È firmato in basso a destra &#8220;BRVEGEL 1560&#8221;.</p>



<p>La brulicante veduta della piazza di un paese ospita gruppi di bambini che mettono in scena circa ottanta giochi dell&#8217;infanzia. Il soggetto, già praticato nella miniatura medievale, viene qui per la prima volta riunito in un&#8217;unica scena. La veduta è infatti ottenuta tramite l&#8217;applicazione geometrica della prospettiva quattrocentesca, popolata da gruppi di figure e personaggi singoli equilibratamente sparpagliati, con un&#8217;organizzazione per zone facilitata dalla presenza di macchie colorate sul terreno, ora polveroso, ora fangoso, ora erboso, in piena luce oppure in ombra.</p>



<p>I volti da adulti dei fanciulli, completamente assenti e indifferenti al divertimento ludico, sono interpretati come un richiamo alle futili abitudini umane, svolte in maniera meccanica e senza alcuna soddisfazione.</p>



<p>Il lato sinistro del dipinto, dove oltre un&#8217;abitazione dalla parete rossa si vede un giardino e, più lontano, un&#8217;oasi frescheggiante sulle rive di un fiume, offre un punto di sosta e riposo per la mente dell&#8217;osservatore, con la piacevolissima veduta delle lontane case del villaggio.</p>



<p>(Da Wikipedia, l&#8217;enciclopedia libera.)</p>
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